Una scelta minimale

Una scelta minimale che non si pone obiettivi alti, e magari anche un po’ perdente. Un’opinione come un’altra, in attesa e con la speranza di una smentita, nel maggio prossimo e negli anni a venire, sulla nomina del direttore del Salone del Libro di Torino: lo scrittore Nicola Lagioia, sconosciuto ai più nonostante il premio Strega due anni fa per il romanzo “La ferocia” (Einaudi). Ma con molti, forse paradossalmente troppi legami di qua e di là, case editrici e critici letterari, quasi tutti molto “corretti”, anche e soprattutto politicamente. 

Sul suo valore come scrittore gli esperti lo hanno hanno laureato a pieni voti. Ma per il Salone del Libro non serve un Manzoni. Ci vuole altro, e di più.

La fortissima concorrenza di Milano avrebbe dovuto suggerire un nome capace di fare il botto. Al di là dei candidati torinesi, tutti con un curriculum di ottimi organizzatori e stimati, sarebbe stata necessaria una figura in grado di sorprendere e di sparigliare, un personaggio possibilmente famoso per non dire popolare, capace di unire e per paradosso anche dividere.

Un direttore di gran nome e di prestigio che magari nessuno si sarebbe aspettato, un intellettuale fuori dagli schemi, anticonformista, all’occorrenza capace anche di scandalizzare. Un organizzatore ben remunerato, senza remore nel dover lasciare la sua attività. Un vero e proprio investimento. Del resto il Salone si ritrova potenzialmente con 600 mila euro in più da spendere, dopo aver dimezzato il costo scandaloso per l’affitto del Lingotto.

Oppure anche un direttore sconosciuto al grande pubblico, ma che abbia dato prova di saper osare, di entrare in conflitto col pensiero dominante e le sue cordate di intellettuali. Senza evocare Sciascia e Pasolini, ci sarà pure qualcuno del genere nascosto da qualche parte. E attorno a lui, un gruppo di collaboratori capaci di svecchiare la formula del Salone, ormai un po’ polverosa e legata a rituali fuori dal tempo, che sappia renderla vivace e seria, allegra e impegnata. Una “festa del Libro”, insomma.

E invece l’impressione è che siamo al minimo sindacale, e con la vocazione a perdere. In attesa di smentita.

Nino Battaglia

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