TFF. Tanti film, poca cornice

Ricco quasi come sempre di film tutti da scoprire, almeno sulla carta, il programma del Torino Film Festival, ma molto più povero nella cornice, e in primo luogo di risorse. Si presenta così la 35esima edizione, che si celebra dal 24 novembre al 2 dicembre al cinema Massimo e alla multisala Reposi. Ben prima del cartellone preparato dalle amorevoli cure del direttore Emanuela Martini, con 169 titoli, qualche decina in meno dell’anno scorso, 15 in concorso con 2 italiani, e degli ospiti di richiamo – Nanni Moretti, Asia Argento, Massimo Ranieri, il musicista Pino Donaggio, e per i cinefili il regista inglese Richard Loncraine e il cileno Pablo Larrain – vien fatto di parlare di quel che non c’è in questa edizione, di quello che viene meno.
Al punto da far pensare che gli organizzatori – in primis il Museo del cinema che è l’editore del festival per conto del Comune di Torino e della Regione – più che a puntare al consolidamento e a far crescere la rassegna, abbiamo scelto la decrescita, chissà quanto felice. Magari i numeri alla fine diranno il contrario, sperarlo non è proibito, magari il pubblico per difendere la manifestazione accorrerà più numeroso di prima, un po’ come è accaduto al Salone del libro,  ma alla vigilia i fatti sono questi.
Anzitutto al festival vengono tagliati più di 250 mila euro di fondi, che scendono così a 2 milioni e 50 mila euro. No, non sono tagli, ci tiene a precisare il presidente del Museo, Laura Milani, che partecipa alla presentazione del programma accanto al direttore. Certo, se non sono tagli, saranno economie. Ma i soldi mancano lo stesso. C’è da ricordare che anche la Mole ha subito pesanti riduzioni di risorse dal Comune, come tutta la cultura, ma non tutti gli enti. E si deve aggiungere che l’ultimo bilancio del Museo ha fatto registrare un deficit di 180 mila euro. Quindi se c’è da tirare la cinghia, lo si deve fare anche per il festival.
C’è poi la rinuncia al cinema Lux con le sue tre sale e quasi 600 posti. E non si tratta solo della perdita di una  sede per le proiezioni, ma anche, e perfino soprattutto, del venir meno della vetrina più importante. Perché se il cuore del festival è tra via Verdi e via Montebello, la sala di Galleria San Federico animata dagli spettatori in attesa di entrare, dalle code e dai manifesti, per i tanti torinesi che non frequentano la rassegna, e per i turisti, è sempre stata la certificazione, almeno, dell’esistenza del festival.
All’appello manca anche l’auditorium del Lingotto, sede per la serata inaugurale invidiabile per numero di posti, fino a 1.600. Quest’anno per l’inaugurazione il Museo ha scelto la Mole, dove potranno essere ammesse non più di un paio di centinaia di persone. Se la serata del Lingotto era divisa tra invitati e spettatori paganti, quella di quest’anno diventa esclusiva, solo per pochi intimi. E il pubblico “comune”, pazienza. Non è detto che l’inaugurazione al Lingotto fosse “necessaria” e simpatica a tutti, eppure da anni rappresentava un momento di festa, un ritrovarsi tra pubblico e addetti ai lavori, che per il festival era come un’iniezione di fiducia, un voto augurale.
Dopo lo spettacolo di inaugurazione dentro la Mole, curato dalla regista Roberta Torre, che nel cartellone del festival presenta il suo film musical Riccardo va all’inferno, con Massimo Ranieri e Sonia Bergamasco, tutti si trasferiscono alla sala uno del cinema Massimo, 500 posti, per il film di apertura, la commedia agrodolce “Ricomincio da me”, dell’inglese Richard Loncraine, apprezzato regista eclettico anche autore di un memorabile Riccardo III.
E c’è ancora un altro taglio: il Premio Cabiria, che era destinato a un’attrice. Questo premio è vissuto per due sole edizioni e lo hanno ricevuto Valeria Golino e Alba Rohrwacher. Nel suo genere, o nel suo piccolo, era anche un  momento di visibilità per il festival, oltre a ricordare le origini torinesi del cinema italiano, quel film pietra miliare del cinema di sempre e di tutte le latitudini e il suo regista Giovanni Pastrone.
E se proprio bisogna dirla tutta, non c’è più neanche il Premio Langhe Roero e Monferrato, prima e ultima edizione l’anno scorso: 100 bottiglie di vini pregiati dei territori patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Lo aveva preso Paolo Sorrentino, associato alla “grande bellezza” di quei territori. Quest’anno non c’è Sorrentino, quindi niente grande bellezza. Magari non se ne sente la mancanza, di quel premio. Eppure… E’ vero che il festival di Torino è tendenzialmente quaresimalista, ma è altrettanto vero che una manifestazione di cinema deve avere anche qualche momento carnascialesco.
Ecco, è quasi tutto quello che non c’è in questa edizione del Torino film festival: tra utile, futile e necessario, non è poco. Ma se a qualcuno viene in mente di pensare a un declino della manifestazione, a rassicurarlo ci pensa apoditticamente il presidente Laura Milani: no, non è così. Anzi, il numero uno del Museo del cinema per l’anno prossimo preannuncia per ora oscure novità: il festival prenderà nuove direzioni e dialogherà con altri ambiti. E magari si pensa anche di cambiare il direttore: il mandato di Emanuela Martini scade quest’anno. Potrebbe restare, ma lei è qui a Torino da una decina d’anni, prima di diventare numero uno è stata vice di 3 direttori. Una lunga esperienza che si presta a tutte le possibilità, continuare o chiudere.
In attesa, c’è il programma di questa edizione. Dei 15 film in concorso che con l’Europa coprono gli altri continenti, compresi nord e sud America, Cina, Giappone, ci sono 2 italiani, esordienti o poco più, come del resto tutti gli altri: Blue Kids, di Andrea Tagliaferri, e Lorello e Brunello, documentario di Jacopo Quadri.
Tra gli ospiti, c’è Asia Argento, ancora calda di scandalo Weinstein, ma era stata invitata in tempi non sospetti, nel marzo scorso.  È il “direttore ospite” con 5 film scelti da lei sulla profonda America, quella degli Stati del sud che ha votato Trump, dice l’attrice, con i suoi abitanti legati alla “cintura della Bibbia”, i protestanti della chiesa evangelica.
Nanni Moretti torna a Torino per ricordare il grande regista veneto prematuramente scomparso Carlo Mazzacurati: Moretti era stato produttore del suo primo film, Notte Italiana, ora restaurato.
Ospite anche Claudio Magris per il film di Elisabetta Sgarbi L’altrove più vicino, poesia e ricordi dalla vicina Slovenia.
Il cileno Pablo Larrain, che nel 2008 aveva vinto il festival di Torino con il suo secondo film, Tony Manero, è il presidente della giuria. Dopo quel premio torinese, Larrain è diventato importante e famoso, ha fatto ottimi film di successo sul suo paese, il Cile oppresso dalla dittatura di Pinochet, e di recente ha firmato Jackie, Jacqueline Kennedy nei giorni che seguirono l’uccisione del marito presidente degli Stati Uniti.
Premio alla carriera al musicista Pino Donaggio, autore di tante colonne sonore di film firmati da prestigiosi registi, tra i quali anche Brian De Palma. E proprio a De Palma è dedicata la retrospettiva, l’opera omnia mai realizzata  dell’acclamato regista americano. Lui è impegnato nel montaggio del suo ultimo film, Domino, e per quanto ancora si possa sperare, non verrà a Torino, anche perché, dice Emanuela Martini, è di una timidezza assoluta, e si mostra in pubblico solo quando lo ritiene assolutamente indispensabile.
Tra i torinesi c’è Davide Ferrario, che con Cento anni racconta la fatidica Caporetto e un secolo di storia italiana.
Tra le curiosità, The darkest hour, L’ora più buia, ritratto di Churchill davanti alla guerra ai nazisti appena nominato primo ministro nel 1940; The Reagan show, divertente documentario sulla capacità comunicativa di Ronald Reagan; The Death of Stalin, che racconta che cosa fecero Krusciov, Molotov, Beria e gli altri dirigenti del Pcus quando trovarono Stalin morto, o morente, a terra nel suo studio; The Disaster Artist, di James Franco, che rievoca la “mitica” lavorazione di The Room, di Tommy Wiseau, considerato uno dei più brutti film mai realizzati, se si eccettuano quelli di Edward Wood, ritenuto uno dei peggiori registi di sempre, al quale tuttavia ha reso qualche anno fa un affettuoso omaggio Tim Burton con Ed Wood, e alcuni film italiani, anche d’autore, degli ultimi due-tre decenni.
Nino Battaglia