TFF, gioiello nascosto

Ancora una bella edizione, la 36esima, ricca di tanti titoli stimolanti, di un Torino film festival in condizioni stazionarie, che non peggiora, di per sé un buon risultato, ma che neanche migliora, come legittimamente ci si poteva attendere. Le indicazioni dei vertici del Museo del cinema, “editore” del Tff, suggeriscono un bilancio con elementi sovrapponibili a quelli dell’anno scorso, quando si erano registrati quasi 27 mila biglietti singoli venduti e 63 mila presenze nelle sale. Risultati, questi ultimi, va ricordato, che tuttavia segnalavano rispetto al 2016 pesanti perdite di spettatori riconducibili ai tagli di fondi e di strutture a disposizione della rassegna. E le variazioni dei dati definitivi di questa edizione, si dice ancora al Museo, non cambiano in modo significativo né in peggio, né in meglio, quel che era emerso al momento della chiusura. Dunque trova riscontro nei fatti una sensazione della vigilia: a fronte di un programma che ha mantenuto le promesse di alta qualità, messo insieme dal direttore Emanuela Martini, il festival è sostanzialmente statico, fermo, non arretra e non avanza. Uno stato di cose che sulle prime può soddisfare, ma che alla lunga può impensierire e perfino deludere.

Film quasi tutti preziosi, profondi e necessari, i 15 del concorso e moltissimi altri delle varie sezioni, a cominciare dal vincitore, l’americano Wildlife, opera prima dell’attore 35enne Paul Dano: nella profonda America, sofferta storia di una famiglia che si sgretola sotto gli occhi increduli e angosciati di un figlio adolescente. Il bisogno di una stabilità familiare, il recupero dei legami e degli affetti, il confronto genitori-figli e marito-moglie, è stato al centro o importante elemento collaterale di buona parte dei film concorrenti, un segno del tempo presente, forse. Condivisibili anche gli altri premi principali della giuria presieduta dal regista cinese Jia Zhangke, che ha gratificato con diversi riconoscimenti paesi europei come la Germania, Atlas, Ungheria, Bad Poems, Danimarca, con The Guilty per la sceneggiatura e l’ottima prestazione dell’interprete principale; meritata segnalazione anche per il Brasile, con il film Temporada per la migliore interpretazione femminile. Qualcuno di questi film con il premio si è guadagnata anche l’uscita nelle sale italiane nei prossimi mesi, e lo stesso “riconoscimento” va maturando per altri film in competizione e fuori concorso.
Crescono, dunque, le attenzioni del mercato per il Torino film festival, mentre languono quelle dell’informazione radiotelevisiva nazionale e della carta stampata. I due fenomeni meriterebbero una risposta dal festival e soprattutto da chi lo finanzia. Ma per ora il segnale è quello dell’immobilità. Il Tff ha accumulato negli anni un patrimonio di credibilità dovuto a un insieme di fattori come la qualità dei programmi, il rigore delle scelte, la cinefilia, l’accoglienza per i diversi generi del cinema che possono dare risultati eccellenti al pari delle opere di maestri venerati. C’è, poi, in questo consenso diffuso tra gli addetti ai lavori anche un atteggiamento di simpatia e di affetto per la rassegna di Torino, così seria e così sobria, forse anche come contrapposizione ad altre ben più importanti che vivono principalmente di lustrini e paillettes, e che si portano dietro uno stantio sapore ministeriale.
Ora, se da una parte questo patrimonio va conservato e difeso, dall’altra potrebbe essere necessaria una ponderata messa a punto. Non sarebbe male, per esempio, cercare di avvicinare al festival quella parte di città che lo ignora, o per disinteresse per il cinema che non sia quello della domenica, o perché non informata, o ancora perché manca nel programma un evento, una figura largamente popolare in cui il grande pubblico possa riconoscersi. Un caso per tutti: la proiezione di Via col vento restaurato qualche anno fa aveva portato nelle sale del festival nuovi spettatori insospettabili; alcuni in quell’occasione avevano scoperto il Tff, e dal quel momento seppure senza la febbre dei cinefili sono tornati. E certo, non sarebbe un’eresia per l’identità cinefila e rigorosa del festival offrire agli organi di informazione qualche motivo per rendere ineludibile una presenza a Torino. E potrebbe essere utile anche rendere più vivace la rassegna, a partire dalle cerimonie di apertura e chiusura che, per quanto affidate ad attori di valore – le madrine – risultano quasi sempre molto tristi, cerimoniose, lunghe, noiose, togate, che neanche l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Perfino a Venezia o Cannes questi momenti di cerimonia sono meno seriosi. Nel corso degli anni, peraltro, tentativi del genere sono pienamente riusciti.
Ecco, tutto questo senza compromettere l’anima originaria del festival che può benissimo convivere con nuove, fantasiose iniziative. A quanto pare, dalle parti dei vertici del festival le idee e le disponibilità non mancherebbero. Ma c’è un tasto dolente, i finanziamenti. Il Tff tra l’anno scorso e quest’anno è stato fatto con 2 milioni scarsi. Un niente. Una decina di anni fa si era toccata la punta massima di 3 milioni. Ora, qualunque innovazione avrebbe bisogno di più risorse, inevitabilmente, pubbliche e private. Ma forse non tutti in città ancora si rendono conto del gioiello che hanno in mano, di quale strumento di immagine e di mera, semplice “pubblicità” dispongono. Potrebbe essere necessaria una capillare opera di informazione, di proselitismo, porta a porta. Una cosa sembra certa: il festival fermo e rinchiuso in se stesso non può restare. Del resto, il direttore Emanuela Martini lo confida: datemi più fondi e a Torino vi porto chiunque.
Nino Battaglia