TFF bello ma povero

Un programma promettente, ricco di spunti tra curiosità e interesse, quello che ha preparato il direttore Emanuela Martini per la 36esima edizione del Torino film festival, dal 23 novembre al 1° dicembre. Un palinsesto intelligente e generoso, con tante cose da non perdere, in concorso e fuori competizione. Eppure, rimane una sensazione di amarezza nel prendere atto di un festival che sembra arrancare, che punta a cavarsela, che cerca di non arretrare restando fermo, di conservare, almeno, le posizioni raggiunte, piuttosto che tentare di crescere, acquisire visibilità, richiamare un nuovo pubblico con qualche ospite riconoscibile anche dai non appassionati e non addetti ai lavori, e magari anche con qualche sala in più, oltre al Reposi e al Massimo.
Da cinefila irriducibile anche se aperta ad ogni genere di cinema, purché di qualità, studiosa ed esperta di invidiabile competenza, la Martini quest’anno ha preparato un programma più rivolto agli appassionati più o meno come lei che al grande pubblico. Un’edizione molto cinefila, meno “popolare” di altri anni.
Tra gli ospiti c’è Nanni Moretti, che a Torino viene sempre, ma quest’anno in veste di regista di un film che viene presentato in prima mondiale, Santiago, Italia, un documentario sui mesi che seguirono il colpo di stato del’73 in Cile con la fine di Salvador Allende: al centro, il ruolo di primo piano che ebbe l’ambasciata italiana nel dare rifugio agli oppositori del regime di Pinochet.
Pupi Avati è il “direttore ospite”: il regista ha scelto quattro film che hanno segnato la sua vita alimentando la sua grande passione per la musica jazz, opere che raccontano miti come Chet Baker, Lester Young, Duke Ellington, Louis Amstrong, Charlie Parker, Benny Goodman, Glenn Miller; tra i titoli, Cotton Club di Coppola, Round Midnigth di Tavernier, Bird di Eastwood. E il direttore Martini ha voluto inserire anche Bix, sul leggendario Leon Bix Beiderbecke, come omaggio allo stesso Avati che ne ha firmato la regia.
C’è poi il francese Jean-Pierre Léaud, il volto immagine della nouvelle vague, attore feticcio di Truffaut e di Godard, personaggio sempre inquieto ed eterno ribelle, al quale viene attribuito il Gran Premio Torino “alla carriera”. L’occasione riserva anche un omaggio al grande regista francese Jean Eustache, del quale Léaud ha interpretato il capolavoro La maman et la putain; a Eustache, scomparso nel 1981 a soli 43 anni, il festival dedica una corposa rassegna che permette di rivisitare, o di conoscere, questo importante regista che con 3 film lunghi, 7 mediometraggi e un paio di corti ha raccontato le inquietudini degli anni ’60 e ’70.
La retrospettiva è dedicata a una delle coppie più famose del cinema di tutte le stagioni, Michael Powell e Emeric Pressburger, un inglese e un ungherese, regista visionario il primo, scrittore e sceneggiatore geniale il secondo. insieme hanno lavorato 13 anni e realizzato 14 film che con le loro storie funamboliche hanno accompagnato gli spettatori di mezzo mondo tra gli anni ’40 e i ’60: tra i più noti c’è Scarpette rosse
Un altro omaggio è per l’indimenticabile Ermanno Olmi, scomparso di recente: è in programma una particolare giornata a lui dedicata, con alcuni suoi documentari, film e ricordi di registi suoi allievi.
E a proposito di ricordi, commemorazioni e celebrazioni, il manifesto di questa edizione è dedicato a Rita Hayworth, della quale ricorrono i 100 anni dalla nascita.
E ancora tra gli ospiti, c’è anche Matteo Garrone, che riceve il premio Langhe, Roero e  Monferrato: 100 bottiglie di vino rigorosamente piemontese; il regista di Gomorra sta girando il suo prossimo film su Pinocchio.
Nella sezione principale, il concorso con 15 film di esordienti o quasi, figura anche un italiano, l’attore Valerio Mastandrea, che firma la sua prima regia con Ride, storia di una donna e del figlio di 10 anni che affrontano in modo molto singolare la scomparsa del marito e padre morto in fabbrica; tra commedia e commozione. Gli altri 14 film concorrenti arrivano da mezza Europa con Polonia, Germania, Francia, Ungheria, Grecia, Islanda, e poi Stati Uniti, Canada, Brasile, Filippine.
Il film di apertura evoca la storia recentissima degli Stati Uniti: The front runner, di Jason Reitman. Le vidende che videro protagonista nel 1988 il senatore democratico Gary Hart, candidato alla presidenza che in piena campagna elettorale venne sorpreso in compagnia di un’avvenente modella. Gli americani possono perdonare tutto, ma non una relazione extraconiugale. Le elezioni le vinse Bush padre.
Tra le mille curiosità, nel programma c’è il film di Ettore Scola Trevico-Torino, ora restaurato, al quale collaborò anche il futuro sindaco Diego Novelli. Era il 1973.
Tra gli italiani c’è Elisabetta Sgarbi che presenta I nomi del signor Sulcic, lungometraggio di finzione dopo diversi documentari. E tra i torinesi, con il decano Tonino Debernardi che presenta Ifigenia in Aulide, la tragedia classica rivisitata con storie degli “irregolari” di oggi che affrontano il mare, c’è un’altra vecchia e molto apprezzata conoscenza del festival, Daniele Segre, che ha realizzato Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo, nuova immersione nel mondo degli ultras juventini. E ancora, Steve Della Casa con il film di montaggio Bulli e pupe, che con materiali d’archivio racconta l’Italia dal dopoguerra in poi in perenne trasformazione, attraverso la politica, il cinema, le vicende sociali. Daniele Gaglianone con Dove bisogna stare, il fenomeno della migrazione attraverso le storie di quattro donne.
Il presidente della giuria è il regista cinese Jia Zhangke, che con i suoi film ha raccontato la Cina in tumultuosa trasformazione.
Programma avvincente, dunque, quello del Tff numero 36. Eppure c’è come la sensazione di un vuoto. Certo, ci sono Moretti e Avati, ma si sente la mancanza di un paio di figure capaci di catturare il grande pubblico accanto ai cinefili, e di attirare i grandi mezzi dell’informazione.
Forse è tutta una questione di soldi. Perché con fondi pubblici complessivi fermi a un milione e 900 mila euro – un milione in meno rispetto a una decina di anni fa con direttore Nanni Moretti -, più 230 mila euro in contanti che arrivano dagli sponsor, ai quali si aggiunge un analogo valore di servizi prestati gratuitamente da altri sostenitori, il festival bene che vada non può che, appunto, restare fermo. Salvo naturalmente auspici diversi che possano sorprendere, ma che per ora tali rimangono. Certo, c’è  la crisi che continua, pubblica e privata, ci sono altri prestigiosi enti culturali in difficoltà finanziarie, regione, comune e ministeri vari sono sempre alle prese con ben altri problemi.
Eppure, si continua a non decidere di fare una vera scommessa su questo festival che negli anni con altre iniziative legate al cinema è stato uno dei propulsori più efficaci per la nuova immagine della città, moltiplicatore di attenzioni che come un’onda lunga ha portato interesse su Torino e la regione. Il Tff, un po’ per il suo valore, la sua formula, il suo stile, e un po’ per simpatia è considerato tra i primi 2-3 festival italiani; e non mancano coloro che lo preferiscono ad altri più ricchi e più blasonati. L’assenza di divismo, per esempio, anche quando il festival ha ospitato nomi popolari e di prima grandezza, è largamente apprezzata. E così il fatto che si svolga nel cuore di una città con un centro storico in grado di suscitare un fascino raro, e non in un recinto asfissiante in cui sono ammessi solo gli addetti ai lavori, e gli altri, tutti dietro le transenne a mendicare autografi. E il pubblico, un pubblico vero e non solo invitati, cooptati o giù di lì. Ecco, tutto questo e altro ancora agli occhi di chi segue il festival anche da fuori città è il Tff. Eppure, ci si accontenta ancora di un festival bello ma piccolo, importante, apprezzatissimo, ma povero.
Nino Battaglia