Il dovere di raccontare

Nel 1989, in pensione dopo oltre quaranta anni di attività come medico di base, Aldo Garino scrisse per i figli Laura e Mauro le sue memorie partigiane. Sentiva forte la necessità di raccontare non soltanto di sé, giovane studente spinto in montagna dalla indignazione per i misfatti di tedeschi e fascisti, ma anche della sua famiglia, tipica espressione della cultura operaia torinese grazie al padre Maurizio, leader del sindacalismo anarchico nel biennio rosso, antifascista perseguitato dal regime e resistente. Quelle memorie, per iniziativa dell’Istoreto, sono diventate oggi un libro, “Perché raccontassimo” curato da Andrea D’Arrigo e Laura Garino e pubblicato da Seb 27. Ne riporto qui la prefazione.

“Andavo verso una fettina del mio paese che era libera, tra uomini padroni del loro destino, fieri di stare dalla parte giusta, consapevoli che la libertà ha sempre un prezzo. E se quel prezzo è la vita, ne vale pure la pena”.

Così Aldo Garino racconta il suo arrivo nelle Valli di Lanzo, che per quattro mesi, nell’estate del 1944, furono interamente  controllate dalle formazioni garibaldine. Una piccola oasi di libertà nell’Italia occupata dai tedeschi. 

Aldo ha vent’anni ed è un partigiano che ha già combattuto in Val Pellice nelle formazioni GL vicine al partito d’Azione. Ma sente il fascino di gente “che nel lontano 1919 aveva affrontato le prime battaglie cruente contro lo squadrismo, si era temprata nelle galere fasciste, aveva avuto la sua scuola di guerra in Spagna”.  Nella scelta di aggregarsi a un gruppo di orientamento comunista pesa sicuramente la tradizione operaia della famiglia e l’influenza del padre Maurizio, esponente di spicco del sindacalismo anarchico italiano, protagonista dei moti contro la guerra e delle occupazioni delle fabbriche, amico di Gramsci, perseguitato dal fascismo con licenziamenti e arresti. 

Uno degli aspetti più interessanti delle  memorie che Aldo ha scritto per i figli Laura e Mauro,  oggi pubblicate per la prima volta , è proprio la fedele ricostruzione di questo ambiente familiare e politico, che ne fa una sorta di “romanzo di formazione” inconsueto nel panorama della  letteratura resistenziale.

Aldo bambino cresce in barriera di Milano, in una modesta casa di ringhiera con un maleodorante pozzo nero nel cortile e l’unico lusso di un terrazzino dove giocare. Ma in casa arrivano libri e riviste – una consistente parte dei risparmi di famiglia se ne va per comperare la biblioteca di un conoscente morto suicida,  con autori come Socrate e Spinoza, Kant e Voltaire, Bakunin e Kropotkin, Darwin e Marx –  e molto si impara dalle frequenti discussioni con parenti e amici, tutti di orientamento antifascista. 

Il padre Maurizio, schedato come sovversivo e non disposto ad accettare compromessi, finisce periodicamente in carcere in occasione delle visite dei gerarchi in città. Per lavorare fonda una cooperativa di meccanici modellisti, che diventa la SAMMA, una società apprezzata in tutta Italia per l’alta specializzazione dei suoi tecnici. Ma gli impegni non fanno venir meno quell’amore per lo studio che è tra i caratteri distintivi della cosiddetta “aristocrazia operaia” torinese, e che ritroviamo in altri protagonisti della lotta antifascista. I genitori portano il piccolo Aldo al Teatro Regio, dove segue rapito la rappresentazione integrale della Tetralogia di Wagner, poi lo incoraggiano  ad abbandonare la scuola professionale per passare al liceo scientifico con l’obiettivo di diventare medico, perché – dice il padre – un medico non ha padroni. Una scelta che per Aldo comporta un anno di studi da privatista portati avanti con ferrea disciplina. 

Allo scoppio della guerra il liceale Aldo è troppo giovane per andare sotto le armi, ma conosce i disagi dello sfollamento sotto le bombe degli alleati, e trova rifugio con la famiglia in Val Pellice, pur continuando a frequentare il liceo a Torino. Qui impara a conoscere i valdesi e la loro comunità, dove il fascismo ha trovato poco spazio. Qui vive tanti momenti spensierati e conosce l’amore con la bella Yvonne. Ma arriva anche l’otto settembre del 1943, e poco dopo la chiamata alle armi del governo di Salò. La scelta di unirsi alle prime bande partigiane che si stanno formando nella zona è naturale e quasi obbligata.

Aldo racconta le  sue vicende partigiane in modo assolutamente antieroico, con il tono discorsivo e spesso ironico di un testo destinato in origine ad avere come unica lettrice la figlia Laura. Ma anche questo stile fin troppo disinvolto contribuisce a dare al libro un carattere unico e inconfondibile, e a chi lo legge la sensazione di scoprire aspetti della Resistenza forse non ignoti, ma sicuramente un po’ trascurati dalla memorialistica tradizionale. Basti ad esempio lo spazio dedicato alla disperata lotta dei partigiani contro le cimici e i pidocchi, di poco inferiore a quello dedicato agli scontri a fuoco e ai rastrellamenti. Il quadro che ne emerge, lungi dall’essere superficiale, sembra quindi più vero e coinvolgente.

I temi politici più generali, e in particolare le riflessioni sul futuro dell’Italia liberata, irrompono nella seconda parte del racconto, quando Aldo arriva nelle valli di Lanzo, ha come capi alcuni vecchi militanti antifascisti che hanno condiviso le battaglie del padre, e incontra tanti giovani come lui, “che volevano conoscere il come e il perché dei fatti, ma non avevano dubbi sull’immediato da farsi: intensificare e rafforzare la Resistenza preparando una insurrezione generale popolare per abbattere il nazifascismo prima dell’arrivo delle truppe alleate, per evitare la distruzione delle nostre regioni e acquistare la forza e il diritto di dire anche la nostra al momento della resa dei conti”. 

L’esperienza della zona libera nelle valli di Lanzo finisce bruscamente a settembre, con un grande rastrellamento che costringe i partigiani a  ripiegare in Francia, e in seguito a ritornare in Italia dispersi in piccoli gruppi. Una cupa odissea gravata dal peso della sconfitta, che Aldo racconta senza enfasi, anche se  per lui rischia di concludersi molto male quando viene sorpreso da una pattuglia fascista in una pineta vicino a Mondrone. Ma il comandante della pattuglia, pur non credendo alle sue spiegazioni, lo lascia andare, e Aldo torna a Torino, dove maschera le sue attività cospirative  lavorando per la SAMMA.  Fermato dopo qualche tempo e accusato di renitenza alla leva, finisce in carcere con il padre accusato a sua volta di favoreggiamento. Liberati entrambi per intercessione di un amico influente, trovano rifugio a Settimo. Qui si arruola nelle SAP, e qualche mese dopo, nelle ore convulse della liberazione, trova modo di pagare il suo debito quando vengono fermati  quattro sospetti fascisti. “Penso a quel tizio che mi ha lasciato perdere e se ne è andato. I quattro signorini ci guardano con il fiato sospeso. E’ uno sguardo che conosco. E’ il mio sotto i pini”. E li lascia andare, con un gesto di umana pietà che non è una assoluzione, perché per tutta la vita il partigiano Aldo, diventato nel frattempo dottore, sentirà forte la necessità raccontare quegli anni e di distinguere il giusto dall’ingiusto, la ragione dal torto.  

Aldo Garino ha scritto le sue memorie nel 1989, dopo quaranta anni di attività come medico di base. E’ morto nel 2004, 27 anni dopo il padre Maurizio.