Parola e verità nell’era del web

Nei giorni scorsi il Polo del ‘900 di Torino ha ospitato World Cafè, una mattinata di riflessione su tre temi di grande attualità: il rapporto tra la parola e la verità, la robotica e il web, i luoghi in divenire e le nuove comunità. Gli invitati hanno ascoltato tre brevi relazioni introduttive, poi si sono divisi in gruppi di lavoro che hanno approfondito gli argomenti e hanno raccolto le loro conclusioni in appunti da consegnare a un successivo dibattito nell’ambito della Biennale Democrazia. Pubblichiamo qui la relazione introduttiva della sessione “Parola e verità”. 

Oggi si parla di “post verità”. Il termine suona moderno ed è tanto in voga da risultare quasi inflazionato. Ma il rapporto tra la parola e la verità è da sempre uno dei temi più discussi della filosofia. E perfino quelle che oggi amiamo definire fake news hanno alle spalle una storia  piuttosto lunga.

Facciamo un passo indietro, e pensiamo ai comunisti che mangiavano i bambini, cosa ovviamente non vera, anche se nelle grandi carestie degli anni venti e trenta in Unione Sovietica furono registrati alcuni episodi di cannibalismo, rilanciati in chiave antibolscevica dalla stampa occidentale. 

Un altro passo indietro, e siamo a Roswell, nel Nuovo Messico, dove si disse che nel 1947 era caduto un disco volante i cui resti, compresi i cadaveri di alcuni alieni, furono recuperati dal governo e tenuti nascosti. Per qualche anno circolò addirittura il filmato dell’autopsia di un alieno, ovviamente falso. Quanto ai resti, erano quelli di pallone sonda per il monitoraggio atmosferico.

Un terzo passo indietro, e siamo  alla buonanima di Saddam Hussein, che secondo Bush e Blair, sostenuti da quasi tutti i più importanti organi di informazione occidentali, nascondeva armi di distruzione di massa.  Una colossale montatura, che giustificò agli occhi dell’opinione pubblica l’invasione dell’Iraq e cambiò la storia del mondo.

Questi sono tre esempi di fake news, credute vere a suo tempo da milioni di persone,  che dovrebbero metterci in guardia dal legare troppo strettamente il tema della post verità alla diffusione del web nel mondo globalizzato.

Le notizie false, distorte e fuorvianti, ai fini di lotta politica o per vantaggi personali, sono da sempre parte del mondo della comunicazione, dove la disinformazione è una tecnica riconosciuta e accettata, con i suoi specialisti e le sue regole. E sempre lo saranno.

Ciò che è cambiato nel mondo digitale e globalizzato è che l’informazione – e anche purtroppo la disinformazione –  non sono più una prerogativa dei governi o dei soggetti privati forti abbastanza da controllare direttamente giornali, radio, televisioni,  oppure condizionarli con i loro efficienti uffici stampa e con l’arma della pubblicità. Oggi chiunque può diffondere in rete, senza filtri, le sue verità e le sue menzogne. Con tutti i problemi che ne conseguono.

Bastano questi problemi a giustificare limitazioni degli spazi individuali di espressione, o peggio ancora interventi di tipo censorio? E’ giusto attribuire ai gestori della rete la responsabilità di quello che viene pubblicato dagli utenti, invitandoli a rimuovere i contenuti “falsi” sulla base di criteri non ben definiti? La Germania sta discutendo in questi giorni una proposta di legge che prevede multe fino a 50 milioni di euro per le piattaforme che non rimuoveranno entro 24 ore dalla segnalazione i contenuti calunniosi e diffamatori. Ma siamo proprio sicuri che le segnalazioni siano sempre corrette, e fatte nel superiore interesse della verità? È appena il caso di ricordare i ridicoli incidenti nei quali è incorso Facebook rimuovendo immagini di donne che allattano perché qualche misterioso algoritmo le ha ritenute pornografiche. Sempre Facebook in Francia sta testando una collaborazione con un network internazionale di fact-cheking, con l’obiettivo di arrivare a una sorta di bollino di “non attendibilità” per le notizie dubbie. Ma resta nel vago il tema della qualità e della imparzialità dei controllori.   

Questo non vuol ovviamente dire che in rete si possa tutto e il contrario di tutto, e che la si possa usare come una clava per distruggere l’avversario.  Una esperienza italiana – il caso degli insulti in rete alla Boldrini, i cui autori sono stati identificati da una rapida indagine della polizia postale – ha dimostrato che gli strumenti investigativi e giudiziari esistenti possono essere un buon deterrente. Basta aver la voglia  e i mezzi per applicarli.

Troppo spesso chi invoca maggiori controlli sulla rete sembra in realtà nostalgico del buon tempo antico, quando soltanto alcuni potevano parlare e diffondere le loro idee e la loro visione del mondo.  Quello che è accaduto durante la recente campagna referendaria è un ottimo esempio della forza di una rete libera. La stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione tradizionali – giornali, radio, televisioni – era schierata per il sì. In rete le posizioni erano rappresentate con un certo equilibrio, forse con qualche sbilanciamento per il no. E probabilmente non è un caso che il no abbia vinto soprattutto tra i giovani, che si informano esclusivamente in rete.

Discutere del rapporto tra la verità e i fatti significa anche riflettere su chi per mestiere racconta i fatti. Un tempo si diceva che un buon giornalista dovesse essere oggettivo, ma erano pochi i giornalisti che davvero ci credevano. Nessun giornalista è mai completamente oggettivo. Non lo è nella scelta dei fatti da raccontare – un privilegio raro che l’avvento della rete ha rimesso in discussione – e neppure nel modo di raccontarli, perché è inevitabilmente condizionato dal suo modo di vedere il mondo, dalla sua cultura, dalla sua competenza. Un buon giornalista deve essere onesto nel distinguere tra i fatti e la loro interpretazione, e nel mettere il pubblico in condizione di distinguere e di decidere. Per riuscirci deve faticare: studiare, leggere, controllare attraverso il confronto con  fonti affidabili, e – come dicevano i vecchi del mestiere – consumare la suola delle scarpe.  Non alzare mai il naso dal computer non è giornalismo. Copiare un comunicato stampa non è giornalismo. Mettere un microfono sotto il naso dell’intervistato non è giornalismo. E’ a causa di queste distorsioni che la narrazione si svincola dai fatti, l’incompetenza viene sdoganata, e si perde il rapporto con la verità. In tutto questo la rete c’entra abbastanza poco.