Middle England

Di questi tempi i libri sono guardati con un certo sospetto.  Richiedono tempo, calma e attenzione. Anche quelli più modesti costringono a sforzi di concentrazione ai quali la rete ci ha disabituati. E tuttavia, a chi ha voglia di incominciare l’anno leggendone uno interessante, consiglio Middle England di Jonathan Coe, pubblicato da Feltrinelli.

E’ un libro molto inglese. A volte troppo, tanto che si corre il rischio di perdere riferimenti e citazioni. Ma racconta avvenimenti importanti per  l’intera Europa. E ha parecchio da insegnare a paesi come l’Italia, pericolosamente ammaliati dalle sirene del razzismo e del sovranismo.

Il racconto parte nel 2010 e si conclude nel 2018: otto anni cruciali per  il Regno Unito, nel segno della leadership del conservatore David Cameron, delle rivolte sociali, delle Olimpiadi e infine del referendum sull’Europa, con il suo esito inatteso, ma non troppo.

Coe ha la straordinaria capacità di intrecciare i grandi avvenimenti della vita pubblica con le vicende personali dei suoi personaggi – i membri della famiglia Trotter, già presenti in altri due romanzi – che diventano emblematiche senza per questo perdere credibilità e spessore.

Come non immedesimarsi, ad esempio, nei problemi della giovane Sophie, raffinata storica dell’arte, che si innamora del suo istruttore di guida Ian,  interessato solo allo sport e succube di una madre fascista. Ian è un bravo ragazzo, ma aspira a una promozione, che viene data a  una collega di colore. Il suo risentimento cresce, si trasforma in un latente razzismo e trova sfogo in una entusiastica adesione alla causa della Brexit. Per Sophie, che nel frattempo ha rischiato il posto in università a causa di una frase infelice rivolta a una studentessa transessuale, è la goccia che fa traboccare il vaso. E che dire della vestale del politicamente corretto che l’ha denunciata,  Coriander, adolescente in guerra contro il mondo e la famiglia? Il padre Doug, opinionista di sinistra, incontra periodicamente l’addetto stampa di Cameron, che si esprime con le frasi fatte dei comunicati governativi ed esalta la genialità del capo nel proporre un referendum “dall’esito scontato” per rafforzare la sua leadership. L’amara verità viene fuori solo dopo il voto, quando lo sconsolato addetto stampa ammette che nessuno nel governo aveva capito nulla, e che nessuno ha ora la più pallida idea di quello che accadrà. “Siamo fottuti – è la sua sincera sintesi – e Cameron è un fesso di prima categoria”.

E ancora. C’è un mago per le feste dei bambini che vive con i prodotti del banco alimentare e dorme spesso in macchina. C’è una famiglia di immigrati che subisce una aggressione razzista e non trova testimoni disposti a raccontare quello che hanno visto. C’è l’intellettuale di successo che in cambio di un ricco cachet accetta di intrattenere gli anziani ospiti di una nave da crociera. E c’è l’alter ego di Coe, il mite Benjamin, musicofilo e scrittore a tempo perso, che si occupa del padre vedovo e lo accompagna a vedere per l’ultima volta lo stabilimento dove ha lavorato,  ma al suo posto ci sono soltanto supermercati e desolati parcheggi. Quasi per caso Benjamin trova un editore per la sua opera prima, e ottiene una effimera fama. Ma non si riconosce più in un paese incattivito e volgare, e sceglie di andarsene all’estero con la sorella, ferita negli affetti da un attentato e incerta, come tutti, sul da farsi.

I personaggi sono tanti. Tutti ben disegnati, tutti plausibili nei pensieri e nelle azioni, nelle virtù e nelle debolezze. Quattrocento pagine che scorrono via leggere ma alla fine lasciano il segno. Siamo davvero così? Anche noi, come gli inglesi della Brexit, accettiamo che le cose accadano quasi senza pensarci, e andiamo incontro al futuro con tanta leggera incoscienza?

Battista Gardoncini