Davide e Golia

Un direttore che fin dal nome e dal profilo avrebbe dovuto sorprendere, stupire, come in un film un effetto speciale, o un colpo di scena. Ecco di che cosa avrebbe avuto bisogno il salone del libro. Un precedente che si può ricordare proprio nel campo della cultura è quello di Nanni Moretti alla guida del Torino film festival.

Il regista, al di là dello scossone che produsse la sua nomina, tra molti consensi e polemiche laceranti, poi fece un ottimo lavoro. Ma anche mettendo da parte i risultati “di contenuto” del festival, fu lui, semplicemente con la sua figura, dunque a priori, a costringere televisioni, radio e giornali a venire a Torino, dopo anni in cui nei migliori dei casi avevano fatto una capatina come doveroso atto di presenza o di cortesia. E così accadde anche con nuovi spettatori da ogni parte.

Ma anche negli anni ante Moretti, a richiamare interesse sul festival erano stati alcuni grandi nomi del cinema mondiale: qui a Torino non in veste di star fini a se stesse, ma con una piena giustificazione cinematografico-culturale. E dopo si proseguì sulla stessa linea, Amelio, Virzì, fino a raggiungere una “stabilizzazione” delle attenzioni che permise di rinunciare al direttore-star, e di affidare la direzione a Emanuela Martini, il cui valore è noto a livello internazionale.

Ecco, allora, che in una fase estremamente critica come quella di oggi, per il salone del libro bisognava mettere in campo un’operazione analoga. Se la manifestazione vuole sopravvivere a Milano, che investirà risorse senza risparmio, con le sue case editrici, i suoi poteri forti e poteri deboli, la sua posizione geografica Torino avrebbe dovuto affidarsi a una figura che fin dal nome avrebbe prodotto un impatto fortissimo, in Italia e fuori dai confini.

Con un programma e collaboratori capaci di far cambiare pelle al salone di Torino. Come non è difficile pensare che farà Milano: città vestita a festa, libri dappertutto, concerti, rassegne di film di argomento letterario, inviti a registi e attori, ospiti che obbligheranno l’informazione a titolare a tutta pagina e a tutto schermo. Chissà, a Milano sono anche capaci di inventarsi qualche sfilata di moda tra stand, scaffali e cumuli di libri: tutto alla presenza del pubblico. E per i visitatori, magari anche giochi a quiz, letterari naturalmente, e premi e sconti di qua, e omaggi di là. A Milano, se non dovesse andar bene la prima volta, sapranno aspettare e correggersi. 

Tutto per vendere libri, in loco o a posteriori nelle librerie. Ma perché non può essere così un salone del libro: serio e non serioso, impegnato e non ingrugnito, ludico e meditabondo. Forse perché non lo sono Francoforte, Londra e Parigi? Ma qui siamo a Torino, in Italia: pubblico diverso, caratteri non paragonabili, differenze abissali nel consumo di libri, lì tanti lettori forti, qui tanti lettori deboli e non lettori. E un salone del libro bisogna anche farlo, forse soprattutto, per chi non legge! A costo magari far storcere il naso a più d’uno.

Davide contro Golia: può darsi che vinca Davide, si disse di recente tra piazza Castello e Palazzo di Città. Certo, succede, nei sogni, nei film, nei romanzi, un po’ meno nella realtà. E perché poi partire con la parte di Davide, quella cioè sulla carta del perdente? Se scontro deve essere, qui a Torino ci vuole un altro Golia. Con investimenti forti di chi ci crede, magari perché no, rinunciando con coraggio e lungimiranza a qualcos’altro, risorse che prima o poi torneranno, magari sotto altre vesti.

Fin da ora si può anche dire, con l’ottimismo che cola dai Palazzi in cui si decide, che tutto sommato andrà ancora bene, quantomeno un Davide che non va al tappeto e che ci resta: una quota di case editrici, un buon numero di visitatori torinesi e di altre città della regione, un po’ meno da altre città, ragazzotti precettati in gita scolastica, un afflusso paragonabile a quelli degli anni scorsi, al netto di qualche casella nel passato a quanto si dice un po’ gonfiata, qualche ministro, magari anche qualche vertice delle Istituzioni che vorrà testimoniare il suo legame con Torino, qualche scrittore che preferirà la Mole, qualche intellettuale che snobberà Milano o che sarà dalla sua fiera snobbato. Ma fin da ora si può anche dire che sarà il salone numero due, un po’ marginale, piccolo e bello, una manifestazione di cui forse si può anche fare a meno: all’estero, se si parlerà del salone del libro italiano, sarà quello di Milano. Certo, la speranza e la volontà anche dei meno ottimisti è quella di essere smentiti. 

Ed ecco, dunque, la necessità di un direttore dal nome forte, un intellettuale, come si suol dire, scomodo, anticonformista, libero, non rassicurante e non riconciliato, una figura che con la sua autorevolezza, magari ancora pienamente da conquistare, e con il suo curriculum, abbia saputo cantare anche fuori dal coro. E visto che ci siamo, vale la pena di fare qualche nome, così, anche come divertissement: Carlo Freccero, Giuliano Ferrara, Marcello Veneziani, Pierluigi Battista, Adriano Sofri, Vittorio Sgarbi, Paolo Guzzanti, Pietrangelo Buttafuoco, i torinesi meno noti ma con le carte in regola Marco Revelli e Gianni Oliva. Alcuni intellettuali amati, altri profondamente detestati. Eppure ognuno capace di spiazzare e di sorprendere.

Nino Battaglia

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