Gay non basta più

Se la sono presa comoda, e alla fine, dopo 3-4 mesi tra prime voci, polemiche, designazione, nomina, firma del contratto e periodo di riflessione, ecco in carne ed ossa il nuovo direttore del festival di cinema gay, Irene Dionisio. Se la sono presa talmente comoda che hanno dovuto spostare in avanti, di un mese e mezzo, le date della rassegna: il nuovo periodo è dal 15 al 20 giugno. Il cambiamento di date per un festival è sempre un’incognita, ma Torino lo affronta con sprezzo del pericolo. Magari, chissà, potrà anche giovare.

Intanto il Museo del cinema e l’apparato comunale e regionale, con i rispettivi assessori alla cultura e alle pari opportunità, assente il sindaco Chiara Appendino, annunciata solennemente nei comunicati della vigilia, presentano ufficialmente il nuovo direttore, che nel frattempo in fretta e furia, vista la recentissima nomina, sta preparando il programma. Da quel che si dice, dovrebbero anche esserci un paio di ospiti di richiamo. La Dionisio in una nota scrive che “ormai da mesi” vi sta lavorando intensamente. In effetti, non sono mesi, ma un mese, giacché è stata nominata appena 30 giorni fa. Forse, invece, chi ci lavorava da mesi, certamente sottotraccia, era l’ex direttore-fondatore, 32 anni fa, Giovanni Minerba, nominato presidente “operativo”, e non solo onorifico del festival, dopo polemiche sul brusco cambio di direzione.

Dunque, il nuovo cinema gay: senza tanto farla lunga, come invece fa il direttore Irene Dionisio, la linea programmatica sta nella più classica delle espressioni in uso in questi casi: rinnovamento nella continuità. Le novità per ora sono soltanto nei nomi, e nei cognomi. La Dionisio intanto ha spazzato via tutta la squadra degli storici collaboratori, tenendosi soltanto, ma come suo “consulente personale”, così lo definisce, Angelo Acerbi, già braccio destro organizzativo di Minerba. Una vera e propria rottamazione, dunque. Era necessario fare questa tabula rasa? Se la Dionisio l’ha fatta, vuol dire che per lei era necessario.

Certo che per un direttore che non ha mai fatto un’esperienza di festival, di nessun festival, non solo di organizzarlo, programmarlo e guidarlo, ma neanche di farne parte con qualche incarico collaterale, privarsi di tutti i precedenti collaboratori può anche essere una scelta temeraria. Ma tant’è. Peraltro, anche la scelta, arrivata dal Comune, di un direttore totalmente digiuno di festival, di età intorno ai trentanni, artista e videoartista, regista di un solo film, “Le ultime cose”, accolto da qualcuno con generosi apprezzamenti, e di alcuni documentari di impegno sociale, premiati in festival minori, aveva suscitato non poche perplessità.

Del resto, se da un lato bisogna comunque dare fiducia al nuovo direttore, dall’altro è anche lecito pensare che per un festival di questo genere, dedicato al mondo omosessuale e con un passato di tutto rispetto, mentre cambia il vertice e vuole rilanciarsi, sarebbe stato meglio un nome di grande caratura: o di collaudata esperienza, o di forte impatto mediatico.  

Nomi nuovi, dunque, e non solo il direttore e i suoi collaboratori. Da questo punto di vista è tutta una novità che merita qualche sottolineatura. Intanto, non si chiama più festival “a tematiche omosessuali”, peraltro vecchia espressione che si può abbandonare senza rimpianti in quanto frutto di una stantia delibera assessorile, né con il più osè  “Da Sodoma a Hollywood”, né con il più comodo, veloce, comprensibile ed efficace “cinema gay”, e nemmeno Lgbt, che stava, in inglese, per Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender festival, ma, ecco il nuovo nome, “Lovers film festival”. Lovers sarebbe amanti, o anche appassionati, ma, vuoi mette in inglese! E non è finita, perché questo è soltanto il nome principale. Pardon, il “naming”, precisa il direttore. Che poi sarebbe la denominazione, il nominativo. Ma vuoi mettere…! E non è finita: perché a Lgbt, ora si aggiunge una “q” che sta per “queer”, termine importato dalla cultura gay anglo-americana e dunque, pur stando per “insolito”, “eccentrico”, entrato nell’uso comune e non traducibile, un po’ come computer o smartphone, e una “i”, che sta per “Intersex” (intersessuale, ermafrodito). Dunque ora dobbiamo chiamarlo “Lgbtqi”: facilissimo, orecchiabile! E a questo bisticcio di lettere, si aggiunge anche la parola “Visions”, che starebbe per Visioni. 

E di novità nominali, ce n’è ancora. Ecco un ulteriore titolo: “Queering the Borders”, che è un gioco di parole: scavalcare le barriere, i confini, superare i tabù. In italiano sarebbe stato troppo facile. E magari secondo chi ha ideato tutto questo, anche provinciale. E non basta ancora: perché ogni sezione del festival, concorso lungometraggi, documentari, cortometraggi, ha a sua volta un nome in inglese, ma non come doverosa traduzione del termine italiano, ma come ulteriore suggestione anglofona. Citarle, se ne può fare a meno. 

A richiesta, il direttore Dionisio si assume la paternità di tutto questo e spiega che così il festival si vuole internazionalizzare: e se invece l’effetto fosse contrario, e il festival con tutti questi anglicismi si provincializzasse?

E per finire, tra le sezioni c’è un “Concorso iconoclasta” e un “Premio Fotogrammi Sovversivi”: insomma, c’è da aspettarsi da un Pierpaolo Pasolini o da un Carmelo Bene in giù. O forse, iconoclasta e sovversivo, come tante altre definizioni, è sufficiente solo dirlo.

Nino Battaglia