Lovers vuole ripartire

Cerca di risollevarsi dal tonfo dell’anno scorso, il festival di Cinema gay, 33esima, edizione, altrimenti detto Lovers,  in programma al cinema Massimo di Torino dal 20 al 24 aprile. Cerca di recuperare gli spettatori che aveva perso, i consensi che erano venuti meno, le simpatie che si erano intiepidite. Forse per un eccessivo senso di autosufficienza e di autoreferenzialità, aggravato da un estremismo cinefilo che mal si concilia con una manifestazione che deve cercare di aprirsi a un pubblico più vasto e a settori della città che nel migliore dei casi lo ignorano, ricambiati.

Il direttore Irene Dionisio, al secondo anno dopo aver raccolto la consolidata eredità lasciata dal fondatore Giovanni Minerba, ora presidente del festival, ha preparato un programma con 81 film tra lunghi e cortometraggi che arrivano da 24 nazioni dei diversi continenti, anche con alcune anteprime mondiali accanto a quelle europee: l’amore, dice il direttore, è il filo che lega le storie che si snodano nella rassegna.

E la Dionisio ha invitato alcuni ospiti in grado di richiamare un pubblico di appassionati di cinema che dovrebbe superare lo stretto confine dell’universo omosessuale. A Minerba è stata anche affidata una nuova sezione: 5 film del passato che hanno raccontato il mondo gay con particolare impegno e intensità. Una novità che segna un nuovo rapporto positivo tra il direttore e il presidente, il quale, finalmente interpellato, pare non abbia fatto mancare i suoi suggerimenti nella compilazione del programma.

Come è accaduto in altri anni, abbondano i cantanti: Francesco Gabbani, vincitore di Sanremo, e Nina Zilli, che sempre a Sanremo ha dedicato la sua canzone alle donne vittime di violenza. C’è l’attore-regista Pif con Pino Strabioli, noto in Tv, e in chiusura arriva come madrina Valeria Golino. In anteprima, è arrivato a Torino l’attore-regista inglese Rupert Everett, che ha presentato il suo film L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, ora nelle sale: al cinema Massimo è stato un pienone.
Ospiti per gusti diversi, non giganti del cinema e della cultura, ma comunque capaci di suscitare interessi a vari livelli. Già, perché il festival che ora si vuol chiamare Lovers è della città, di tutta la città, e non della cosiddetta “comunità gay”, quella comunità che l’anno scorso aveva tanto criticato la manifestazione perché non si era sentita sufficientemente “coinvolta”. Peccato che a non sentirsi coinvolta sia la città in tutte le sue declinazioni. Tra le possibili prove, il risicato finanziamento complessivo che, con una ulteriore limatura rispetto all’anno scorso, non raggiunge i 400 mila euro, e l’assenza di uno sponsor di peso che dia ossigeno e solidità al festival. Per quanto la città  voglia autoproclamarsi più “aperta” di tante altre, più vivace, più colta, più civile, non si riesce a trovare un marchio, un’azienda, un gruppo di imprenditori che voglia legare il proprio prodotto al festival di cinema gay.
Certo, con le disponibilità finanziarie ci vogliono anche menti aperte e un poco anticonformiste. E trovarne, menti di tal fatta, non è impresa semplice. Ma anche il festival forse fa la sua parte, restando un po’ chiuso nel proprio recinto, identificato come “il festival degli omosessuali”, nonostante negli ultimi anni la platea di spettatori si sia allargata. Eppure si parla della più antica manifestazione del genere in Europa, e tra le più apprezzate dagli addetti ai lavori. Ma, in ogni caso, all’origine c’è soprattutto un problema di risorse: impossibile fare un festival di grande richiamo con quei pochi euro a disposizione. E proprio la carenza di finanziamenti ha indotto a un taglio della durata di cinema gay: 5 giorni anziché 6, come negli ultimi anni, senza tuttavia dimenticare che in anni lontani il festival durava 9 giorni.
Tra le novità, di particolare interesse è la giornata dedicata al mercato del cinema gay con produttori, distributori e altri addetti ai lavori: è la prima iniziativa del genere in Italia.
Nino Battaglia