Una questione privata

Considero Beppe Fenoglio il più grande scrittore italiano del Novecento, dunque non ho potuto fare fare a meno di andare a vedere “Una questione privata” dei fratelli Taviani. Ma ci sono andato un po’ controvoglia, perché immaginavo che ci avrei trovato molto dei due registi, e poco di Fenoglio.

Così è stato, a cominciare dall’ambientazione: non la Langa, ma la Val Maira, il saluzzese e Lanzo. Pare che la scelta sia stata giustificata con lo stravolgimento dei paesaggi di Langa causato dai vigneti. E tuttavia non mi ha convinto, perché in Langa esistono ancora angoli quasi incontaminati e poveri come quelli raccontati da Fenoglio. Basta aver voglia di cercarli.

Fastidioso anche l’accento degli attori, per altri versi molto bravi. Certo non si può pretendere che un film con ambizioni nazionali e internazionali si chiuda nel ghetto della parlata piemontese, che tanto facilmente scade nel macchiettistico. Forse però una via di mezzo si poteva trovare. In fondo i tre personaggi principali del romanzo – Milton interpretato da Luca Marinelli, Giorgio interpretato da Lorenzo Richelmy, Fulvia interpretata da Valentina Bellé – sono studenti colti, che avrebbero potuto plausibilmente parlare una lingua priva di inflessioni. Ma perché non cercare un minimo di verosimiglianza in più per i rudi partigiani, per la governante della casa di Fulvia, o per la contadina incinta che guarda il cielo solcato dai bombardieri alleati e li incita a colpire i tedeschi con una dizione degna di un accademico della Crusca?

Paolo Taviani ha detto che se Fenoglio avesse potuto vedere il film si sarebbe probabilmente arrabbiato, ma che alla fine avrebbe accettato le libertà che lui e suo fratello si erano concessi.  E ha sostenuto che un film è cosa ben diversa da un romanzo, ed è giusto che vada per la sua strada anche se è stato ispirato dal respiro epico della narrazione e ne ha tratto molti spunti.

Dal suo punto di vista ha probabilmente ragione. Dal mio, che è il punto di vista di un ammiratore di Fenoglio, penso che gli autori si siano presi qualche libertà di troppo,  e che il risultato non renda giustizia alla sua poetica , al miracolo di una scrittura apparentemente aspra, in realtà limata fino al più piccolo dei dettagli, alla universalità di un’arte che ha tra i suoi punti di forza anche l’aderenza a una concretissima realtà.  Chi legge Fenoglio capisce l’epoca e gli uomini: partigiani e fascisti, contadini e studenti, ricchi e poveri. Capisce l’ amore e l’odio, la guerra e la pace.  Chi guarda il film dei fratelli Taviani vede la storia ben congegnata di tre persone travolte dalla guerra, che si sarebbero tranquillamente potute chiamare con nomi diversi, e avrebbero potuto agire in un altro luogo e in un’altra epoca. La nebbia, presente in tutta la sua langarola fisicità in Fenoglio, nel film serve invece a  decontestualizzare la narrazione,  accentuando, insieme al delirio di Milton provocato dalla febbre,  la dimensione onirica della vicenda. Operazione sicuramente legittima, ma a mio parere meno interessante.

Tra le troppe libertà che i fratelli Taviani si sono presi c’è il finale. Chi lo ha visto lo confronti con questa magistrale pagina del romanzo.

Correva, e gli spari e gli urli scemavano, annegavano in un immenso, invalicabile stagno fra lui e i nemici. Correva ancora, ma senza contatto con la terra, corpo, movimenti, respiro, fatica vanificati. Poi, mentre ancora correva, in posti nuovi o irriconoscibili dalla sua vista svanita, la mente riprese a funzionargli. Ma i pensieri venivano dal di fuori, lo colpivano in fronte come ciottoli scagliati da una fionda. «Sono vivo. Fulvia. Sono solo. Fulvia, a momenti mi ammazzi!». Non finiva di correre. La terra saliva sensibilmente ma a lui sembrava di correre in piano, un piano asciutto, elastico, invitante. Poi d’improvviso gli si parò dinnanzi una borgata. Mugolando Milton la scartò, l’aggirò sempre correndo a più non posso. Ma come l’ebbe sorpassata, improvvisamente tagliò a sinistra e l’aggirò di ritorno. Aveva bisogno di veder gente e d’esser visto, per convincersi che era vivo, non uno spirito che aliava nell’aria in attesa di incappare nelle reti degli angeli. Sempre a quel ritmo di corsa riguadagnò l’imbocco del borgo e l’attraversò nel bel mezzo. C’erano ragazzini che uscivano dalla scuola e al rimbombo di quel galoppo sul selciato si fermarono sugli scalini, fissi alla svolta. Irruppe Milton, come un cavallo, gli occhi tutti bianchi, la bocca spalancata e schiumosa, a ogni batter di piede saettava fango dai fianchi. Scoppiò un grido adulto, forse della maestra alla finestra, ma lui era già lontano, presso l’ultima casa, al margine della campagna che ondava. Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò …

Non so se quel “crollò” sia davvero la parola finale del romanzo, che Fenoglio non riuscì a completare e fu pubblicato postumo. Ma so che è definitiva nella sua concisione, la concisione di un uomo morente per un cancro. Anche per questo è bella da piangere.

Battista Gardoncini