Pulvis et umbra, ritorna Schiavone

“Allora bisogna che qui al nord cominciate a imparare l’uso esatto dei termini e delle locuzioni romane”. Paradossalmente, mentre usciva in libreria “Pulvis et umbra” di Antonio Manzini (agosto 2017), in un prato di Fénis veniva ritrovato un cadavere carbonizzato (reale). E’ stato il giallo dell’estate in Valle d’Aosta. Si è risolto quasi due mesi dopo senza l’intervento di un Rocco Schiavone vero perché la soluzione è arrivata dalla Francia. Questo per dire che, come sempre, la realtà supera di gran lunga la fantasia, anche quella del prolifico scrittore romano, giunto alla sesta puntata delle inchieste del vicequestore (non conteggio un volume di racconti né quelli contenuti nelle varie raccolte sui Capodanni, Carnevali, Vacanze, Natali, Ferragosti).
Il nostro scorbutico poliziotto trasferito suo malgrado ad Aosta stavolta è alle prese con un cadavere trovato sul greto della Dora Baltea in località Plan Felinaz, comune di Charvensod, proprio il luogo in cui, nella vita reale, in agosto si svolge il festival Etétrad (suggerisco agli organizzatori di invitarci Manzini nel 2018, chissà mai possa in seguito inventarsi un omicidio in ambito musicale valdostano…). E qui smetto di mescolare il fantastico con la realtà.
Il cadavere è di un trans, o meglio, di una trans. L’indagine è difficile perché ogni volta che Schiavone apre una pista le porte sembrano chiudersi. In effetti il titolo richiama Orazio (pulvis et umbra sumus) e i morti, non lo smog a Torino di questi giorni. Parallelamente all’indagine aostana, condotta con la consueta meticolosità e perizia insieme ai colleghi Caterina Rispoli e Italo Perron, Schiavone si trova alle prese con un altro cadavere. Un uomo trovato in un campo a Roma sulla Pontina che ha nelle tasche lo scontrino di un bar del luogo e un pizzino con il numero di telefono del vicequestore. Come Manzini ci ha abituato, è la parte del romanzo che riguarda i trascorsi scabrosi di Schiavone, una storiaccia che affonda le radici nel periodo della morte della moglie Marina e nel duello continuo tra lui e il pregiudicato evaso Enzo Baiocchi. Per comprenderla è meglio aver letto tutti i libri o quanto meno aver visto il serial televisivo che ne è stato ricavato, con Marco Giallini interprete. A proposito, sono in arrivo nuove puntate. Le due vicende si compenetrano e di mezzo ci sono anche i servizi segreti che cercano di depistare Schiavone, oltre alla consueta ostilità e diffidenza del giudice Baldi e del questore Costa nei suoi confronti.
Uno Schiavone più umano ci è restituito dal nuovo rapporto che instaura con Caterina, ma soprattutto dall’affetto per il solitario ragazzino vicino di pianerottolo, con il quale instaura, strano a dirsi, una sorta di mutuo aiuto.
Poi gli tornò alla mente Gabriele e i suoi problemi con la madre assente e la scuola che lo intrappolava. E Caterina e il suo corpo, dove avrebbe voluto nascondersi ancora per un po’.
Didascalico è Schiavone quando aggiorna la classifica delle rotture di coglioni (dieci livelli) e istruttivo quando spiega a noi del nord la differenza sull’uso di sticazzi e mecojoni.
“Sticazzi si usa quando di una cosa non te ne frega niente. Per esempio: lo sai che Saint-Vincent ha 4.000 abitanti? Sticazzi, puoi dire. Cioè, chissenefrega”.
“Mecojoni indica stupore, 
lo usi per dire: accidenti!. Non puoi usare sticazzi per esprimere meraviglia, sorpresa. Sticazzi lo usi per chissenefrega. Hai vinto alla lotteria 40 milioni di euro? Mecojoni, devi dire! Se dici sticazzi significa: non me ne frega niente”.
Finalmente chiarito.

Riccardo Caldara

(dal blog www.riccardocaldara.net)

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