Lovers, bilancio senza numeri

E’ stato tutto un sussurrare critiche e un mormorare dissenso, con il condimento, sempre a bassa voce, di qualche polemica, la 32esima edizione del festival di Cinema gay, ovvero da quest’anno Lovers, che si è svolto dal 15 al 20 giugno: e dopo ben otto-giorni-otto, non sono stati ancora resi noti i risultati di biglietteria, abbonamenti, incassi, presenze nelle sale, i dati che insomma, nel bene e nel male, fanno parte a pieno titolo del successo o dell’insuccesso di questa come di altre manifestazioni. In mancanza delle comunicazioni ufficiali, e dopo lunga attesa, bisogna allora affidarsi alle sensazioni. E quella di molti è che Lovers non abbia raggiunto i risultati di altre edizioni di Cinema gay: il numero di spettatori e soprattutto la “qualità” del pubblico.

Chissà su che cosa avranno dovuto meditare il neodirettore Irene Dionisio, con i suoi collaboratori e i suoi committenti, il comune di Torino, in primo luogo, la Regione, che sono i finanziatori, e non ultimo il Museo del cinema, che in un certo senso è l’editore-supervisore del festival, per mettere giù qualche addizione e confrontare il tutto con l’anno scorso. Di norma tutte le manifestazioni analoghe comunicano questi risultati al massimo il giorno dopo la chiusura, soprattutto quando sono positivi, perché accade anche che quando invece sono negativi c’è chi temporeggia cercando di dimostrare l’indimostrabile. Ma evidentemente non è la tempestività la dote principale del vertice di Cinema gay. E tutto sommato non sarebbe neanche quella più importante se questo ritardo non richiamasse l’idea della tanto decantata trasparenza, e se il festival nei suoi contenuti avesse rivelato ben altre virtù.
Ci sono state polemiche, ma in gran parte sussurrate, vale a dire tutte chiuse nel recinto del festival, nei capannelli davanti al cinema Massimo, o espresse attraverso i nuovi strumenti della telematica, senza un più vasto riscontro. E questo contrariamente a quanto si possa pensare, è tutt’altro che un bene, perché può anche voler dire che intorno al festival c’è il vuoto, non c’è dibattito, non c’è interesse. La città, insomma, almeno tra coloro che sfogliano qualche giornale, che vanno spesso al cinema, che leggono qualche libro, è assente.
Polemiche su tutto, o quasi.
Il direttore. Irene Dionisio, 33 anni, è una regista ammirata soprattutto per alcuni documentari e cortometraggi di impegno sociale, meno per l’unico film che ha fatto finora, “Le ultime cose”, ancorché generosamente presentato nella Settimana della critica a Venezia l’anno scorso, ma in fatto di festival non ha alcuna esperienza. Al vertice di Cinema gay, su indicazione del Comune attraverso l’assessore Marco Giusta, ha sostituito il fondatore Giovanni Minerba: avvicendamento avvenuto in malo modo, vissuto dal precedente direttore come una defenestrazione, senza la ricerca di consenso, senza un programma di vera innovazione, peraltro necessaria, anche se i risultati nel corso degli anni erano stati più che soddisfacenti. Minerba, dopo le polemiche sulla vicenda, è stato nominato Presidente del festival, per due anni.
Da tempo si parlava di sostituire il vecchio direttore, per dare aria nuova e un nuovo impulso a Cinema gay. Ma la montagna ha partorito un topolino: anziché nominare un esperto di lungo corso in fatto di festival, o andare a pescare qualche nome di indiscusso prestigio e di chiara fama, i committenti hanno tirato fuori dal cilindro la Dionisio. Certo, i fondi a disposizione del festival, 400 mila euro mal contati, non permettono forse di ingaggiare un fuoriclasse. Ma con uno sforzo in più e magari limitando il perimetro del programma, qualcosa si sarebbe potuto ottenere.
I committenti, invece, hanno preferito prendere una dilettante, di organizzazione di festival, s’intende, e mandarla allo sbaraglio. Tanto più che il nuovo direttore ha ha avuto a disposizione tre mesi scarsi per preparare il suo festival.
La Dionisio, certo, si farà e imparerà: ed è impareggiabile il candore dell’assessore alla cultura della Regione, Antonella Parigi, che, rispondendo alle critiche piovute sul direttore, ha affermato che per lei la cosa importante era “aver dato l’opportunità a una giovane e brava regista di provare a dirigere un festival”. Bene. Così a Torino d’ora in avanti sappiamo che un incarico così delicato e gravoso si può ottenere anche solo per provare.
Il programma: nuovo direttore, nuova veste, deve essere tutto nuovo, avrà pensato la Dionisio. E, allora, tanto per cominciare, e magari anche per “provare”, cambiamo il nome a Cinema gay: lo chiameremo Lovers, e giù con altre inutili definizioni, titoli e titoletti, tutti rigorosamente in inglese. Per internazionalizzare il festival, ha risposto candidamente a chi gliene chiedeva il motivo.
Nel giro di una novantina di giorni, il direttore con i suoi collaboratori ha racimolato i film che ha potuto racimolare. Buoni, dignitosi, almeno quelli del concorso internazionale, in tutti i festival la sezione principale, la carta d’identità, quella attraverso la quale viene valutata la qualità della rassegna. La giuria ha assegnato il primo premio al sudafricano “The Wound” – riti ancestrali di sopraffazione e violenza – che per quanto di buon livello non era forse il migliore. Questione di gusti. Ma questa scelta ha un senso, purtroppo negativo: perché conferma il carattere elitario di questa edizione del festival, ipercinefila, molto intellettuale. In questo senso, un segnale di apertura a quel pubblico che purtroppo ignora il festival – comprese schiere di intellettuali – poteva arrivare premiando l’inglese “Just Charlie”, un ragazzino che scopre di sentirsi femmina e vuole vivere questa sua identità, tra lo sconcerto dei genitori e l’irrisione di coetanei e adulti. Un film di una delicatezza esemplare, adatto ad ogni genere di pubblico.
Stili e contenuti.  Nel concorso, ad eccezione del film appena citato, non c’era un’opera in cui l’erotismo e l’attività sessuale esibita non avesse un ruolo preponderante. Quasi che il cinema di argomento gay non possa esistere senza questi elementi fortemente messi in luce. E se fosse questo uno dei limiti del cinema omosessuale? Quello cioè di non riuscire a fare film come tutti gli altri, con personaggi “veri”, gay che abbiamo le stesse gioie e le stesse sofferenze degli etero, che siano buoni e cattivi come tutti, che facciano sesso quando è giusto: e il momento giusto lo decide lo spettatore, non il regista! Il quale magari risponde al altre esigenze, ad altre logiche. Del resto, anche nel cinema etero vengono criticati duramente i film che esibiscono il sesso fuori luogo, perché non deve esserlo nel cinema gay?
Un festival povero di mezzi e troppo ricco di film – oltre 80 in 5-6 giorni – e, soprattutto, pieno zeppo di convegni, dibattiti, tavole rotonde, incontri tematici: d’accordo discutere, confrontarsi, ma qui si è un po’ esagerato; per questo ci sono altre iniziative, forse perfino troppe.
Il pubblico. Al di là dei numeri, in questa edizione è stato davvero difficile scorgere tra gli spettatori qualche faccia nuova, qualcuno che per interesse o per curiosità, senza essere “uno dei nostri”, si sia affacciato al festival. Nelle code davanti al cinema Massimo o nelle sale, si è visto soltanto il “solito” pubblico, gay ed etero, questo in effetti ormai da molti anni, ma più o meno tutti della compagnia di giro, più o meno addetti ai lavori. Eppure, nelle passate edizioni, di anno in anno, qualche spettatore nuovo o di recente acquisizione si riusciva a vederlo. Questo grazie anche ad ospiti attentamente dosati: un po’ per cinefili, e un po’ per il pubblico più vasto.
Quest’anno il direttore si è invece affidato a nomi di un certo prestigio, almeno qualcuno, ma  solo per spettatori selezionati e cinefili puri. Da qui, dunque, l’impossibilità del festival di suscitare almeno curiosità anche tra i non addetti ai lavori.
Tra i motivi di dissenso colti al festival, anche un presunto mancato coinvolgimento della comunità gay nel predisporre la manifestazione: davvero singolare l’idea che il programma di un festival debba essere realizzato attraverso una o più “assemblee”. Nel predisporre il programma di un festival non è previsto il “coinvolgimento” di chicchessia: il responsabile è il direttore e in quanto tale decide in solitudine dopo avere ascoltato i suoi collaboratori. E, comunque, il festival è del pubblico, della città, e non della “comunità gay” con diritto di parola.
E ci sono stati anche malumori sulle date del festival: pieno giugno, troppo caldo, manifestazione non invitante.
Dulcis in fundo, non poteva mancare anche la polemica sul “genere” del direttore. Proprio così: c’è chi ha avuto da ridire sul fatto che il direttore non sia omosessuale! Quello, dunque, che poteva sembrare una forma di leggera ironia sulle barriere e sugli steccati, per qualcuno è invece diventato un vero e proprio problema: il direttore del festival di cinema gay deve essere un gay!
Insomma, deve stare nel “recinto”, come il festival.
Nino Battaglia