Non si vive di solo Salone

Visti i disastri combinati dai milanesi con Tempo di Libri,  era davvero difficile pensare che al Salone del Libro  potesse andare peggio. E infatti è andata meglio. Anzi molto meglio.  Ma basta questo perché il salone del Lingotto possa considerarsi al sicuro?  Per alcuni lo scampato pericolo è merito della  sostanziale solidità della manifestazione torinese, che le ha consentito di superare anche i problemi di gestione venuti alla luce negli ultimi anni. Altri sono meno ottimisti, e fanno notare che i rivali non commetteranno due volte gli stessi errori. A quel punto, complici anche le ben note difficoltà del panorama librario italiano, si tornerà a discutere della sopravvivenza dell’uno o dell’altro salone.

Torino parte svantaggiata per la debolezza del suo sistema editoriale. Sulla carta i nomi di assoluto prestigio non mancano:  Einaudi, Utet, Bollati Boringhieri, Paravia, Loescher, SEI, sono aziende che hanno fatto la storia della editoria italiana sia nella varia, sia nel comparto spesso dimenticato, ma importantissimo per numero di copie e fatturato, della scolastica. Ma un conto è la storia, un altro sono gli assetti proprietari che decidono i finanziamenti e le scelte strategiche fondamentali di ogni azienda.  Oggi molti di quei nomi sono diventati parte di gruppi più grandi che gravitano su piazze diverse, come ci si può rendere conto tutte le mattine sui Frecciarossa che da Torino portano decine di manager e impiegati negli uffici delle case madri a Milano, a Bologna o a Roma.

Einaudi, che è stato per anni l’editore di riferimento della sinistra culturale e politica italiana, orbita nella galassia della berlusconiana Mondadori, e addirittura  non si è presentato al Lingotto. Utet, che afferma orgogliosamente di essere la più antica casa editrice italiana, fondata nel 1791, è stata assorbita dalla gruppo novarese De Agostini, che ha esteso le sue attività fino al gioco del lotto e non considera più strategica l’editoria.  Boringhieri, dopo aver fatto conoscere Freud agli italiani, nel 1987 è diventata  Bollati Boringhieri e adesso  fa parte del gruppo milanese Mauri-Spagnol. Paravia, dopo la fusione con la Bruno Mondadori, è controllata dalla americana Pearson. Loescher è una divisione della Zanichelli. Quanto alla cattolica SEI, pur avendo alle spalle la forza dei salesiani ha subito un notevole ridimensionamento.

La dura legge del mercato, con le sue concentrazioni industriali e le ristrutturazioni produttive, ha cambiato le carte in tavola. Se un tempo il libro era il  prodotto artigianale e curato di una editoria illuminata che guardava con distacco alle compatibilità economiche e ai bilanci, oggi è un prodotto commerciale come tanti altri, da promuovere con le tecniche del marketing. Gli storici editori torinesi si sono accorti tardi del cambiamento e hanno pagato il prezzo alto della perdita dell’autonomia. Ma il panorama è in continua evoluzione. Le nuove tecnologie, che permettono di ridurre i costi di edizione e di stampa, hanno favorito la nascita di tante piccole e vivaci realtà editoriali. Molte hanno vita effimera, perché il problema della distribuzione, con i suoi costi esorbitanti, resta un ostacolo quasi insuperabile. Alcune, come Codice, sono sopravvissute legandosi alla catena delle Messaggerie, a sua volta parte del gruppo Mauri-Spagnol. Altre sono alla disperata ricerca di visibilità, e bene ha fatto il salone torinese, quando ha capito che i grandi editori avrebbero seguito le sirene meneghine, a offrire spazi adeguati – e scontati – alle loro iniziative.

Una scelta che ha contribuito non poco al successo del Salone torinese, e potrebbe indicare una strada per un futuro che si presenta comunque difficile. Non va infatti dimenticato che tutto quel che si muove in campo editoriale deve fare i conti con la drammatica realtà della lettura in Italia, un paese dove secondo l’Istat i lettori “forti” che leggono almeno un libro al mese sono appena il 13% della popolazione, mentre un italiano su 2 non legge nemmeno un libro all’anno, e la spesa delle famiglie per libri e giornali è calata del 18% in quattro anni.