Cinema Gay, cambio al vertice

Stava finendo a sportellate. Poi gli animi si sono calmati e tutto si è concluso in modo dignitoso. Certo, c’è chi è stato rimosso e chi gli subentra; colui che deve lasciare accetta a malincuore e un po’ di amarezza resta. Ma, almeno la facciata è salva. Giovanni Minerba, cinefilo generoso, carico di passione per la settima arte, non è più direttore del Festival di cinema gay, come è stato chiamato per brevità il chilometrico “Torino gay and lesbian film festival – da Sodoma a Hollywood”, in sigla Tglff. Il fondatore del festival, che lo aveva inventato a metà degli anni ottanta con il compianto compagno di vita Ottavio Mai, è stato nominato Presidente del festival. Non un titolo onorifico, ma operativo e remunerato: affiancherà il nuovo direttore e avrà il compito di realizzare un archivio ragionato del festival.

A detta di chi l’ha nominata il nuovo direttore di Cinema gay è una donna, giovane, brillante,  che  conosce bene il festival, i suoi meccanismi e naturalmente il mondo del cinema dal quale viene alimentata la rassegna. A chi l’ha chiamata come direttore – il suo nome viene tenuto, chissà perché, ancora riservato – avrebbe presentato proposte che puntano a “innovare” il festival, ma conservandone lo spirito, l’architettura e le motivazioni di sempre. La nomina formalmente spetta al Museo del cinema, ma un ruolo di primissimo piano l’avrebbe giocato l’assessore alle Famiglie del Comune Marco Giusta, già presidente di Arcigay (al plurale, famiglie, perché ai Cinquestelle e a molti altri il singolare non basta più a definire i nuclei familiari senza distinzione di razza, sesso e religione… Purché tutto non si limiti al cambio di nome, come rischia di accadere con le declinazioni al femminile ad ogni costo…), e il pieno consenso dell’assessore alla cultura della Regione Antonella Parigi.

Del nuovo direttore di Cinema gay non si conoscono gli orientamenti sessuali. E non interessa più di tanto saperlo. O forse sì: perché la vera rivoluzione, nella mentalità corrente ancora molto ristretta, sarebbe se fosse etero. Finalmente, tutti gli esperti di cinema potrebbero fare il direttore del festival torinese, senza distinzione “di genere”…  Del resto, a rigor di logica, sempre nella mentalità corrente, il direttore di un festival di film a tema enogastronomico dovrebbe essere uno chef. Oppure, un festival sulla funzione del treno nel cinema dovrebbe avere come direttore un capostazione. E così via, sempre attenti alle distinzioni e a marcare il territorio, rimanendo sempre “noi” da una parte e “voi” dall’altra, noi al maschile e voi al femminile. Una rivoluzione di là da venire, purtroppo. Ma qualcosa si muove: a Predappio, il Museo del fascismo verrà realizzato con il contributo e l’avallo scientifico e politico dell’Anpi e di fior di centri studi sulla Resistenza.

Ma tutto questo è un altro discorso, benché forse di qualche interesse,

Dunque, per Cinema gay c’è un nuovo direttore. E non sono mancate le polemiche. Perché anche questo caso stava finendo come la pietosa vicenda del direttore, ma solo amministrativo, del Museo del cinema: bando, ottanta partecipanti, selezione, cinque-sei nomi utili, veti incrociati tra Comune e Regione, bando annullato, niente direttore, museo bloccato. E 50 mila euro, per il bando, buttati dalla finestra. Chissà se qualcuno con nome e cognome pagherà, o dovranno essere i cittadini a farlo. Almeno nel caso di Cinema gay, possiamo essere grati ai vertici del Museo e del Comune di averci risparmiato il bando.

Ma anche con il doveroso decisionismo non è andata benissimo. Perché il percorso del cambio di direzione non è stato privo di equivoci, malintesi, ed elefanti in giro in una cristalleria. Forse dopo trent’anni e passa, poteva anche essere venuto il momento di cambiare direttore. Un’idea, peraltro, che già circolava da un paio d’anni e rimasta nel cassetto. Giovanni Minerba, affiancato d validissimi collaboratori, lo ha diretto da solo per 24 anni. Con onore e con successo.

Pubblico sempre crescente, ospiti di primissimo piano, film di grande interesse, scoperte di nuovi registi, alcuni ora ammirati in tutto il mondo, ritocchi alla formula, un tempo un poco quaresimalista, con madrine e ospiti d’onore che hanno portato al festival colore, attenzioni degli organi di informazione e sempre nuova vivacità. E nel programma col passare degli anni Minerba ha portato anche nuove prospettive del cinema omosessuale: non solo i drammi, le legittime rivendicazioni, le emarginazioni, la denuncia, ma anche il sorriso, la commedia, l’autoironia, l’orgoglio. Tutto con un finanziamento al di sotto dei 500 mila euro. Un’inezia, per una manifestazione di questa portata, caso unico in Europa.

E in passato, anche recente, non sono mancate sirene da qualche altra città che avrebbe offerto molto di più e, con maggiori risorse, certamente anche ben altra visibilità, portata anche da contesti più forti di Torino.

E il direttore Giovanni Minerba ha resistito,è rimasto a Torino ed è riuscito comunque sempre a realizzare un festival importante. E non si può certo dimenticare che il suo festival non è soltanto cinema, ma ha generato anche crescita sociale e culturale, ha avvicinato al mondo gay gente e ambienti che se ne tenevano a rispettosa quanto pregiudiziale distanza. E la città, forse anche senza avvedersene, è cresciuta.

E tuttavia capita che venga comunque il momento di cambiare. Ma il direttore storico, che peraltro è una risorsa, non poteva essere messo alla porta, così, senza rimpianti e senza rancore. E, chissà, magari non era proprio quello che si voleva fare. Equivoci? Temporeggiamenti? Mancanza di tempestività? Di chiarezza? Di comunicazione? Sta di fatto che Minerba nel primissimo momento si è sentito destituito, e basta. E, interpellato dai giornalisti, non ha potuto fare a meno di comunicare tutta la sua amarezza. Che forse, riportata nella sintesi dei titoli, può anche essere stata un tantino enfatizzata. Ne è nata una furibonda replica del Comune e della Regione, con velata ipotesi di rottura dei rapporti. Un paio di giorni di tensione altissima, e poi il chiarimento. Minerba resta a Cinema gay, seppure solo da presidente.

E per chi si ostina a leggere tra le righe, e forse nel pensiero, un’ultima nota: nei comunicati del Museo del cinema che hanno segnato la vicenda, Minerba, chissà perché, mai viene definito, qualificato con il termine “direttore”, neanche nelle ore in cui formalmente lo era ancora. E si dice che viene nominato presidente, senza dire, né prima né dopo, che lascia la carica di direttore. Capolavori.

Nino Battaglia