Il silenzio di Scorsese

Ho visto “Silence”, di Martin Scorsese, e la prima cosa che mi sono chiesto è “perché ha fatto questo film?” Ma già durante la proiezione si sono levati molti altri ‘perché’, tutti legati ai fatti narrati. Poi ho letto alcune interviste al regista. Scorsese era rimasto soggiogato dalla lettura del romanzo di Shūsaku Endō Silenzio (Chinmoku, 1966) al punto che ha iniziato a pensare che doveva diventare un film. Ha acquisito i diritti per il cinema nel 1990 e ha cominciato a scrivere la sceneggiatura che ha richiesto quindici anni. Altri dieci anni ci sono voluti per mettere in piedi la produzione. Scorsese dice che dentro Silence c’è tutta la sua vita e ci sono tutti i suoi lavori. Allo spettatore il film appare controverso, difficile da afferrare e comunque destinato a dividere. O lo si ama o lo si detesta.

Il capolavoro di Endo è basato sul tormentato rapporto tra cristianesimo e cultura nipponica, sui tentativi dei missionari cattolici di insediarsi in Giappone e fare proselitismo, dalla fine del Cinquecento, la loro clandestinità dovuta alle cruente persecuzioni anticristiane.

“E il Signore disse loro: andate nel mondo e predicate il Vangelo a tutte le creature viventi.”Il film prende l’avvio con l’arrivo in Giappone di due giovani gesuiti portoghesi, Padre Rodrigues e Padre Garupe, alla ricerca del loro padre spirituale, Padre Ferreira, che li ha preceduti come missionario per convertire gli abitanti del posto. Di Ferreira non si hanno più notizie certe. Si dice però che abbia  fatto apostasia, cioè rinnegato per sempre la propria fede. Da subito i due gesuiti si rendono conto delle feroci torture a cui sono sottoposti i nativi convertiti. Il contadino Kichijiro, un cristiano molto improbabile, ubriacone e traditore, li guida alla ricerca di Ferreira, in realtà conducendoli nelle mani degli uomini dell’Inquisitore che battono a tappeto le isole alla ricerca di giapponesi convertiti. Rodrigues e Garupe si separano ma si ritroveranno in uno dei frangenti più drammatici della narrazione. Dunque Kichijiro è come Giuda, più volte tradisce e sempre reclama il perdono. Ma che ne è della fede incrollabile di Rodrigues messa di fronte alle torture e peggio ancora davanti al martirio stesso del confratello Garupe? E’ necessario l’incontro con Ferreira, ormai diventato monaco buddista con un nuovo nome giapponese, per trovare la via. E’ vera apostasia la sua oppure è stato un tentativo per salvare la pelle? La strada per Rodrigues è indicata e la sua fede vacilla. Non resta che abiurare, calpestando l’immagine sacra, per salvare quei poveretti che hanno già abiurato ma che restano appesi in attesa della ben più significativa apostasia del sacerdote.Silence fa riflettere sulla fede e come la si vive, sul rapporto con Dio e sul doloroso interrogativo ‘fino a che punto siamo disposti a viverlo’.

Film potente e crudele in cui per tutto il tempo sembra risuonare il grido “Signore, mi affligge il tuo silenzio”. Ribaltando il punto di vista, ricorda Mission. Nel film di Roland Joffé (1986), sempre di padri gesuiti si trattava, era preponderante l’aspetto colonizzatore ed economico delle missioni. Era giusto? Fu vera gloria l’epopea delle missioni? Scorsese dissemina dubbi, poi lascia a ognuno le sue conclusioni. Dopo è solo silenzio.

Il film è magistralmente interpretato da Andrew Garfield, Adam Driver (proprio quello di Paterson), Liam Neeson, ma spicca soprattutto la curiosa figura dell’Inquisitore, Inoue Masashige. Un ‘cattivo’ che trasfigura nella macchietta, non a caso il ruolo è affidato ad un attore comico giapponese, Issei Ogata.

Riccardo Caldara

dal blog www.riccardocaldara.net